Paola Ragnoli - The Dots Connection - intervista Claudio Lauria - 2017 (5)

Viaggiatori del mondo: spunti e punti di osservazione

L’attore è uno strano mestiere.

Puoi trovarti davanti di tutto: comici, burloni, gente con voce impostata che nemmeno Carmelo Bene; saltimbanchi, facce da psicodrammoni, facce da soap-operas, talenti sprecati e montati incapaci.

L’attore è uno che mi chiedo sempre “ma come fai a viverci? Pensa quanto è bravo a simulare le bugie in casa – ‘amore, quanto mi ami?’ ‘tanto amore mio, tanto più del mio cuore’. Potrei mai credere a un fidanzato che recita di mestiere?”

Forse questa è una domanda buona per Vanina, la fidanzata di Claudio.

Claudio è Claudio Lauria, attore italiano in Argentina, con all’attivo cose varie e sparse in tv e non, in Italia e non, che – al momento in cui scrivo – è in giro per il mondo a presentare il suo spettacolo Shakespeare 401.

Il momento in cui scrivo è luglio 2017.

Come sono arrivata a Claudio?

Un giorno di gennaio, Claudio si presenta in un gruppo di italiani residenti in Olanda, annunciando il suo arrivo a giugno.

Leggo il messaggio.

Guardo la foto.

Apprendo che è di Roma.

Fatta.

“Quando arriva è mio, lo intervisto.”

Gli scrivo.

È un bellissimo e caldo tardo pomeriggio di giugno. Nella sede olandese del Patronato Acli, i raggi del sole filtrano attraverso le grandi vetrate della sala ai piani alti. Abbiamo 50 minuti a disposizione, prima che il mio ospite cominci a prepararsi per lo spettacolo.

La mitica Vanina (già mi sta simpatica, ha tutta la mia solidarietà femminile) è seduta accanto a noi.

Ci fa un po’ di foto.

Ora dovrei farle la domanda su com’è essere fidanzate ad un attore. Mentre ci penso, Claudio esordisce: “Che bella la vita! Dai… ready!”

 

 

 

 

 

 

Cos’è che hai detto? “Che bella la vita”? Perché?

Perché già parlare con un sole così ti dà voglia di vivere! E poi io sto vivendo un piccolo sogno: avere il piacere di fare uno spettacolo totalmente scritto da me, ideato da me, regia e recitazione mia, in Argentina e in altre nazioni… ora sono qui, tra un’ora e mezzo vado in scena, il pubblico sta arrivando, e ci sei tu che mi aspetti per l’intervista!

Grazie! Dai, Dimmi qualcosa di più di Shakespeare 401.

È una pièce teatrale in tre lingue: italiano, inglese e spagnolo. Ho scritto tutti i testi. Parlo di Otello, di Romeo e Giulietta, cerco di raccontare Shakespeare e di portare il teatro alla mia maniera. Mi piace il genere brillante, attraverso il quale parlare di temi seri e importanti. Sono partito da Buenos Aires e lo sto portando dal Perù a New York, all’Europa, all’Asia, per chiudere con l’Australia.

Dai quanto tempo fai l’attore?

Ho cominciato in Italia tanti anni fa, quando ero giovanissimo. Ho fatto molta gavetta; non ho frequentato scuole, sono autodidatta.

Quando hai lasciato Roma?

Nel 2002, avevo 28 anni.

Tu hai viaggiato un sacco.

Per 12 anni.

In quali paesi hai vissuto?

Inghilterra, Palestina, Israele, Egitto, Giordania, Olanda e Brasile.

Palestina e Israele perché?
Sono andato come volontario. All’epoca in cui mi sono avvicinato a questa idea, vivevo a Londra, avevo un lavoro normale, una vita dal ritmo tipico inglese. Ho conosciuto un gruppo di persone in partenza per fare i volontari in Palestina. Mi hanno incuriosito. Mi sono avvicinato a quel mondo facendo volontariato nelle carceri inglesi. Alla fine ho ricontattato quel gruppo.

L’Argentina come è arrivata?

È arrivata tra l’Olanda e il Brasile. È stata la prima nazione che ho visitato una volta arrivato in Sud America; mi è subito piaciuta e ho deciso di fermarmi lì per un po’. Ma volevo ancora vedere il Brasile…

E cosa hai fatto?

Il Brasile era il mio mito, capisci? Il calcio degli anni ‘80, i bambini con il pallone sulla spiaggia… sono partito e ci sono rimasto per un anno.

Fammi capire. Il Brasile era il tuo mito ma vivi in Argentina. Per caso, ti ha deluso?

…Un pochini-ni-ni-ni-no sì…! Buenos Aires è meglio di Rio, per me. In Argentina ho trovato persone aperte, socievoli, con un valore dell’amicizia molto forte. In Brasile questo non è mai successo, non c’è lo stesso sentimento.

Se dovessi fare un confronto tra i vari paesi in cui hai vissuto e lavorato, pensi che potremmo identificare a grandi linee le persone a seconda del luogo d’origine? Cioè, che analisi sociale fai dei paesi che hai attraversato?

È bella questa domanda, perché io mi sono sempre divertito a farmela da solo. Ti posso dire questo. Dove c’è stato il cattolicesimo c’è più indisciplina, meno rigore, meno rispetto per le regole in generale. Al Nord Europa innegabilmente le persone sono più rispettose: si rispettano orari, promesse, regole. A livello di amicizie, però, è meno facile che la gente ti apra le porte di casa. Mentre il Medio Oriente è l’apoteosi dei sentimenti. Il popolo palestinese è il più affettuoso che io abbia conosciuto, forse pure troppo, al punto che tu non sei più libero di dire no. Per esempio, quando lavoravo lì e dovevo tornare a casa, una strada di 50 metri la percorrevo in 8 ore, e non è come modo di dire, intendo 8 ore sul serio, perché ogni 10 metri c’era una casa dove qualcuno ti obbligava a prendere il tè! Non potevi rifiutare. L’Israele è simile alla Palestina, ma la cosa è un po’ meno pressante.

foto intervista Paola Ragnoli Claudio Lauria

 

 

 

 

 

 

Senti Claudio, perché viaggi tanto?

Viaggiavo tanto.

Naa, lo stai facendo ancora, hai solo trovato una scusa professionale…

Allora diciamo che prima giravo per vivere la mia gioventù.

Cosa cercavi?

Cercavo di vivere i sogni che avevo, come andare a vedere i bambini giocare a pallone sulla spiaggia brasiliana. O andare a vedere l’Australia… quest’anno lo faccio, con lo spettacolo! In Brasile, però, mi sono reso conto che tutto ciò che stavo cercando da tempo, in realtà, lo avevo trovato: era in Argentina. Per questo sono rientrato a Buenos Aires e ci sono rimasto la bellezza di 7 anni, senza mai muovermi dalla città. Penso di aver avuto un rifiuto del viaggio, giunto a quel punto della vita. Ma poi c’è anche da dire che arriva un’età biologica in cui le esigenze sono diverse, e gli ultimi quattro anni la priorità è diventata il lavoro. Tre anni fa ho conosciuto Vanina. Viviamo insieme e lei ogni tanto mi segue nei tour, come sta facendo in alcune date di Shakespeare 401.

Come fai a integrarti in tutte le culture che affronti ogni volta, c’è un segreto?

Evitare italiani sempre! Battute a parte… Non ho nulla contro gli italiani, intendiamoci. Intendo dire che cercare di evitare connazionali aiuta ad integrarsi meglio o, almeno, prima.

Ma non ti manca casa? Anzi: qual è casa?

Eh… casa… Buenos Aires. Ma sento anche molta attrazione per New York. Ogni volta che ci vado, c’è quel richiamo…

La città che ti ha stimolato di più a livello creativo e culturale qual è?

Rischio di essere ripetitivo, ma… Buenos Aires! C’è grande vita culturale, lì. Loro preferiscono andare a teatro piuttosto che comprarsi un pantalone. Anche Londra e New York sono molto fervide.

Amsterdam no? Dicono tutti che sia molto ricca.

Davvero?

Almeno in ambito europeo, viene vista come ricca di stimoli.

A me non ha mai stimolato quanto Londra, per esempio. Ma è una mia opinione personale.

Ci mancherebbe, tutto quello che diciamo è sempre filtrato da un’opinione personale. Sono solo curiosa di sapere quali posti trovi stimolanti per la creatività, tu che ne hai visti tanti.

Trovo molto attive Milano, Berlino e Parigi. Ho parlato con diversi attori ad Amsterdam e lì il teatro non è poi così sviluppato, da parte degli attori ma anche da parte del pubblico, ad eccezione del musical. Il teatro sembra quasi una roba da amatori.

Perché fai questo mestiere, Claudio? Cosa vuoi comunicare?

Voglio condividere con gli altri la mia visione della vita e della politica. Per esempio: io non condivido l’idea che il politico sia visto quasi come un dio, un referente unico non criticabile che considera il popolo di sua appartenenza, e il popolo di rimando smette di notare le mancanze e si sofferma solo sulle poche cose che vengono fatte, come se non avesse il diritto di chiedere.

Quindi il tuo è un messaggio sociale?

Sì, assolutamente.

Comunicheresti la stessa cosa anche se non facessi l’attore?

Sì, tutto quello che ti sto dicendo è ciò che faccio e che dico anche quando sono giù dal palco.

Ma tu sei così come tutti ti vedono, o ci sono lati di te che non vengono fuori?

Beh, ovviamente c’è una parte di me che non metto in mostra. In generale, io sono ciò che faccio vedere, sono spontaneo. Alcune parti non escono non perché io le voglia nascondere: semplicemente, fa male a me tirarle fuori. Ad esempio, non mi piace essere uno che si lamenta. Se mi è accaduta una vicenda spiacevole e poco dopo ho una serata con amici, non vado a dire cosa mi è successo… credo che non dobbiamo ammorbarci a vicenda. Poi torno a casa e parlo con la mia compagna. C’è momento e momento per condividere le cose.

Come comunichi ciò che fai?

Scrivo su Facebook e sul mio blog. Al momento, sto pubblicando anche il resoconto del mio spettacolo itinerante.

Hai un sito?

Sì, ma preferisco Facebook. Mi permette di connettermi con la gente.

Claudio, ci rivedremo?
Lo spero!

Magari ti vedrò in una telenovela argentina.

Quisaz…

L’attore è forse uno dei mestieri che si presta meglio a dare un contorno alla comunicazione.

Unisco questo ai viaggi e alle lingue straniere, e ho il prototipo perfetto di intervistato.

Io che mi occupo di comunicazione, e che scrivo di viaggio in larghezza, che ho The Dots da una parte e I Viaggi Della Druida all’altra, trovo in Claudio e nella sua vita la combo perfetta per analisi e domande.

Certo, mi resta un dubbio: come si vive tutti i giorni con un attore?
Uhm.

Devo farmi dare da Claudio il numero di Vanina.

(Video promozionale realizzato da Claudio per la tv argentina. Ragazzi, per 30 secondi mi sono sentita una diva.)

 

    cp
    February 15, 2018 at 5:11 am

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